esame

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PRE-ESAME

 

 

IL CLIENTE

 

L’intervista

Spazio Erre, centro per il riciclo di materiali di scarto e riuso creativo con fini didattici ed artistici.

Di cosa vi occupate quotidianamente? E in che modo riuscite ad integrare insieme il lavoro con le imprese, le scuole e le altre attività?

[SPAZIO ERRE] ci occupiamo di riuso creativo, con un servizio per le aziende/artigiani di recupero di scarti da lavorazioni artigianali e/o industriali e/o rimanenze di magazzino (• Cartone • Cartoncini, varie consistenze e colori • Carta • Carta plastificata, normale – adesiva – lenticolare • PVC • Plexiglas • Nylon • Corde di plastica • Stoffa, lana – cotone – sintetico • Passamanerie • Toppe, numeri – lettere – scritte varie • Bottoni • Gomma • Stampaggi plastici, varie forme – colori – consistenze • Colature plastiche • Piastre contenitrici • Nastri contenitori • Bobine, in cartone o plastica • Cerniere • Polistirolo, varie forme e consistenza • Bacchette contenitrici • Scatole, in cartone o plastica • Ceramiche, listelli – piastrelle – mattonelle • Pluriball • Sacchetti, varie forme e colori, carta – plastica • Rocchetti, in cartone o plastica)

li cataloghiamo, li disponiamo per tipologie in uno spazio che apriamo al pubblico per un servizio di approvigionamento per associati (scuole, associazioni, comitati genitori, enti no-profit).

i materiali diventano spunti per attivare servizi aggiuntivi quali: laboratori / cicli di laboratori, formazione per insegnanti, eventi/allestimenti legati alla sostenibilità ambientale, progetti in rete con altri soggetti: scuole, privati, associazioni, cooperative, ecc..la nostra ambizione è quella di creare un’impresa sociale che combini il riuso creativo alla dimensione artigianale attraverso il coinvolgimento attivo di persone svantaggiate o con disagio (sociale, psichico)

Che tipo di imprese si rivolgono a voi? Un esempio di lavorazione e riciclo dei materiali ricevuti?

[SPAZIO ERRE] guardando la lista dei materiali sopra elencata, è possibile raggruppare le aziende manifatturiere con cui lavoriamo in: tipografiche (carta e/o per etichette e/o figurine); tessili; elettronica; terzisti/assemblaggio; imballaggi

gli esempi di rilavorazione e riciclo sono molteplici, anche se il nostro interesse ed attenzione è soprattutto sul processo che porta i bambini/ragazzi/insegnanti/professionisti con cui lavoriamo a interagire con materiali altrimenti destinati allo smaltimento, a scoprirli decontestualizzati dal loro processo produttivo, a riscoprirli e reinventarli attraverso processi cognitivi e creativi che generano nuovi significati e nuove vite a materiali

alcuni esempi: tessuti e imballaggi che diventano costumi, fermaporte o bomboniere; materiali plastici che si intrecciano in sculture/maschere/collane/costumi, e molto altro.

Come viene considerato il tema del riciclo nella vostra zona, e in quanti rispondono alle vostre iniziative?

[SPAZIO ERRE] la sensibilità ambientalista sta aumentando crediamo a livello globale, quindi anche nella nostra città. gli eventi pubblici vedono buona partecipazione, la vedono ancora di più laddove si tratta di percorsi strutturati/progetti in cui si ha modo di creare relazioni non estemporanee con genitori, insegnanti, ragazzi, aziende. la risposta in quel caso è maggiore perchè si tratta di reti e percorsi che portano chi vi partecipa a ragionare analiticamente o almeno a percepire la valenza strategica e di lungo periodo del riuso creativo; queste condizioni coinvolgono inevitabilmente di più e generano riverberi/risonanze all’interno degli ambiti lavorativi/educativi/famigliari delle persone con cui lavoriamo, rendendo potente il famoso “tam tam”

Parlando delle scuole, pensate che la formazione e l’educazione al riciclo sia necessaria per un futuro “sostenibile”? Con le vostre iniziative, la risposta è positiva in questo ambito?

[SPAZIO ERRE] senza dubbio, la formazione è uno dei nostri assi di lavoro strategici e più importanti; formare educatori/rici ed insegnanti è la chiave per poter lavorare idealmente con molte classi – le classi con cui questi insegnanti lavorano e lavoreranno nel tempo. l’ambito educativo è quello in cui i concetti e le categorie di riuso, creatività applicata, fantasia, pensiero divergente possono svilupparsi ed attecchire maggiormente. sono semi che il bambino porterà con sè nella sua vita di studente ed adulto. i cicli di formazione che svolgiamo spesso vedono una seconda edizione perchè le insegnanti ci chiedono di proseguire nel venire stimolate a questi linguaggi, che diventano strumenti per lavorare non solo con le materie artistiche o grafiche/creative, ma anche un supporto inedito per relazionarsi e coinvolgere studenti con disagio psichico o difficoltà linguistiche

Guardando la mia prima ipotesi progettuale, vi sembra che rispetti la centralità del tema?

[SPAZIO ERRE] il riuso degli spazi è un altro tema per noi centrale, su cui stiamo tentando da diversi anni di lavorare per trovare una nuova sede più centrale (al momento siamo in un piccolo comune, a circa 30 km da Modena); recuperare aree dismesse per un progetto che articola il tema del riuso, dell’aggregazione, della cultura e della ricerca combina sostenibilità ambientale ed economica, e guarda ad esperienze ormai avanzate e di successo europee. a nostro avviso in Italia siamo molto in ritardo su questo lavoro, non tanto a livello progettuale e di spinta da parte di giovani progettisti e startupper, ma soprattutto a livello normativo/organizzativo, con iniziative troppo rade e non sistemiche da parte di amministrazioni e enti finanziatori

Quali sono le attività che richiedono secondo voi spazi più vasti? E che tipo di attività inserireste nel progetto?

[SPAZIO ERRE] lo stoccaggio dei materiali, secondo la nostra esperienza, richiede molto spazio. dipende però dalla funzione di questo stoccaggio: se è solo espositivo/didattico potrebbe rimanere relativamente circoscritto, anche se le potenzialità di progettare in maniera accattivante e moderna questi spazi sono a ns avviso molte-non solo a livello didattico (vedi l’esperienza del MAcA, a Torino)

se invece diventa (anche) un nodo logistico per il recupero/approvvigionamento di materiali di scarto come Spazio Erre (oltre che ReMida a Reggio Emilia e poi in altre province, cui ci siamo ispirati), ecco che i volumi diventano direttamente proporzionali alla rete di aziende coinvolte e alla dimensione della città in cui si opera (scuole/associazioni ed enti beneficiari di questo servizio)

attenzione quindi alla possibilità di poter avere un’area di carico/scarico opportunamente attrezzata, una di “puro” stoccaggio, una di esposizione ed una di laboratori didattici, come hai già previsto

Che tipo di accorgimenti in particolare bisogna rispettare nel caso dei laboratori didattici?

[SPAZIO ERRE] ci limitiamo ad alcuni spunti a livello progettuale/spaziale (l’argomento è ampio da un punto di vista didattico): spazi ampi, lavagna luminosa, “angoli” sensoriali (tattili, visivi, ..) dove poter lasciare i bambini/studenti/ragazzi scoprire forme, ombre, consistenze, volumi dei materiali

Lavorando nel campo e conoscendo le relative dinamiche, realizzereste progetti all’interno di questa struttura?Sareste favorevoli a promuovere questo progetto?

[SPAZIO ERRE] certamente; nella nostra ricerca di spazi più centrali (Modena) stiamo cercando proprio partner e professionisti sensibili ed affini ma diversi da noi (architetti, fotografi, designer, centri di riuso/scambio di oggetti, ..), quindi una sorta di vicinato/hub polifunzionale in cui siamo sicuri che le nostre idee ed energie verrebbero amplificate e reciprocamente sostenute/alimentate. la tua idea è molto affine. guardare fuori Modena non ci turba per niente, anzi!

IL CONTESTO

CONTESTO SOCIALE

SeRRa – Sostenibilità per l’Architettura e l’Educazione al Riciclo

Il progetto propone come driving force il tema del riciclo dei materiali di scarto, opportunità per la ricerca di nuove soluzioni tecniche per l’architettura, e innovativa materia didattica ed educativa. Il progetto nasce per cui da una crisi ambientale, che ha come conseguenza necessaria l’innovazione e l’educazione al riciclo.

A questo proposito ho provato a mettermi in contatto con delle associazioni che si occupano di tutto ciò che riguarda il riuso, dalla promozione delle iniziative per scuole e imprese, all’ organizzazione di corsi più specificatamente per il riciclo creativo e didattico: purtroppo non ho ancora ricevuto risposte chiare sull’intervista, ma continuerò la ricerca.

Gli ipotetici clienti con cui ho provato ad organizzare l’intervista sono vari, come Legambiente, Trevisan Ecologia, o il più interessante, SpazioERRE.

Lo Spazio Erre è un’associazione, la cui sede è in provincia di Modena, che si occupa di recuperare i materiali di scarto delle aziende, e offrire in questo modo risorse a scuole, imprese, enti no-profit.

Ad essa si rivolgono per cui le scuole, poichè mette a disposizione di esse materiali vari e inconsueti e supporta nella progettazione di attività sul riuso creativo.Si rivolgono a SpazioErre inoltre le aziende, poichè recuperandone i materiali di scarto riescono a sensibilizzare associazioni del territorio sulla sostenibilità ambientale, realizzando progetti di Responsabilità Sociale d’Impresa. L’associazione inoltre permette a qualsiasi creativo di progettare e ideare analizzando i materiali a disposizione, e condividere con esposizioni l’arte del riciclo, potendo svolgere per cui attività pedagogiche.

Mi è sembrato interessante perchè ho notato come l’associazione sia funzionale rispetto al tema, e  riesca a creare una sorta di rete e di ciclicità in questo senso permettendo il riuso di materiali delle imprese, su cui si crea e si progetta, per poi insegnare e sensibilizzare.

 

CONTESTO LUOGO

Griglie, soleggiamento, e ipotesi planimetria/sezione

 

 

Ex-tempore / ipotesi successive

Dopo la prova in aula non ero soddisfatta..e i ragionamenti si sono tradotti in nuove ipotesi, che ruotano tutte attorno a dei concetti principali, maturati con le scacchiera e le sue diverse configurazioni, con il mio imprinting, e con l’inserimento nell’area di progetto, la 62, adiacente ad una centralina per il rilevamento dell’inquinamento, che ha influito molto sul programma del progetto.

Studio/Bang dell’opera

Casa Simpson-Lee : Glenn Murcutt

Nasce a Londra nel 1936, studia architettura tra il 1955 e il 1960 nell’ Università del Nuovo Galles. Inizia la sua carriera in Australia, a Sydney, e pone le basi per una poetica architettonica che lui definirà “funzionalismo ecologico”. Si inserisce in quella fase dell’architettura in cui si iniziano a studiare le modalità di risposta all’usura progressiva del pianeta, si forma in quell’epoca in cui si inizia a pensare che nella ricerca architettonica deve esserci necessariamente una coscienza sistemica ed ecologica, in risposta alla problematica ambientale. “Ricerca” architettonica perchè, a partire dal 1983 con Zaha Hadid, si pongono le basi più teoricamente che effettivamente per una svolta in questo senso, si indirizza il pensiero progettuale verso un’architettura più consapevole. Insieme a Fay Jones, Sverre Fehn, Murcutt si pone tra i protagonisti indiscussi dell’architettura non solo sostenibile, ma in stretta relazione con la natura, con i luoghi ed i paesaggi; vince infatti il Pritzker price nel 2002. Il suo Funzionalismo ecologico si traduce in un ingente lavoro in ambito residenziale ( 500 abitazioni ) in Australia: quale luogo migliore per progetti come “Interpretazione in forma costruita del paesaggio”. Appunto, chiaramente si evincono dei temi ricorrenti del suo fare architettura, degli elementi catalizzanti sempre trasparenti in ogni opera, ma profondamente in sinergia tra loro in modi diversi. é ovvio per cui che una delle sue parole sia LUOGO, in cui si inseriscono e da cui si generano i suoi progetti quasi naturalmente. Dal territorio, dalle stesse curve di livello ( Simpson-Lee House ), dal flusso degli elementi naturali e di chi farà parte dell’opera vivendoci, si generano le piante dei suoi progetti, sempre semplici, tanto che questa LINEARITà sembra quasi un proseguimento del territorio: si sviluppano in lunghezza, e da questo assetto si elevano con LEGGEREZZA, in modo naturale, creando una piacevole confusione nella percezione di spazi aperti e chiusi, interni ed esterni. Utilizza materiali poveri, come il legno o la lamiera, e li assembla in un insieme FLESSIBILE, attento ad aspetti climatici, orografici, innalzando la pianta dal terreno, il protagonista del progetto. Protagonisti sono, allo stesso modo, acqua aria e luce, elementi da cui nascono e con cui si modellano tutte le opere di Murcutt, in linea con una coscienza lontana dal tema puramente teorico dell’ecologia nell’architettura, poichè essa “..se non è sostenibile non è architettura”.

Gli ambienti, con l’accostamento di materiali poveri allo studio dei flussi creati da acqua, aria e luce, variano il loro aspetto e si fondono in un’architettura spontanea, leggera, come se ci si ispirasse ad una vela; Murcutt con i suoi progetti si fa portatore dunque di un’architettura come metafora nautica, impossibile non pensare in questo senso ad esempio al Centro Culturale in Nuova Caledonia di Renzo Piano, La sua idea emerge forte e chiara in tutte le sue opere, dalla scacchiera flessibile della Marie-Short house, alla sostenibilità attiva della Magney House, al preciso studio spaziale e distributivo dell’ Arthur & Yvonne Boyd Centre, fino all’ “Architettura che naviga…si apre e si chiude” nella natura della Simpson-Lee House. Quest’ultima, nel Blue Mountains ad ovest di Sydney, è situata a ridosso di una collina, che protegge dai freddi venti occidentali in inverno e dai venti caldi in estate. Essa offre scorci prospettici, viste studiate e fusione con la natura e il paesaggio, è inserita nel luogo come se fosse nata lì spontaneamente, eppure il suo flusso è ben organizzato. In pianta dunque viene modellata su una curva del terreno, ed è costituita da due corpi principali che comunicano visivamente attraverso aperture e attraverso la rotazione di uno dei due corpi, seguendo la curva di livello. La comunicazione spaziale tra le due avviene invece tramite una pedana in lamiera metallica, fulcro del progetto, un percorso rialzato dal terreno, come tutta la struttura e in linea con le altre sue opere ( espediente ricorrente per lasciar scorrere e defluire l’acqua al di sotto delle costruzioni e per fronteggiare i fenomeni torrenziali ). L’edificio è leggero sulla superficie ; il dislivello è usato a favore della struttura, e l’attacco a terra è plasmato in relazione alla conformazione del terreno, per cui è in parte ancorato ad esso ed in parte rialzato da esili pilastri che segnano e scandiscono gli ambienti e la linearità della struttura, fino a sorreggere la copertura che sembra quasi poggiata sulla struttura trasparente.

L’ edificio è dunque di forma allungata, composto da due padiglioni distinti: studio/ospiti e abitazione collegati da una passerella: questa è il prolungamento di un sentiero d’accesso proveniente dalla strada, un ponte di legno, a ridosso di un laghetto esterno, che include questo paesaggio astratto entro la portata costruita della casa. Il ponte di legno entra in casa attraverso un involucro di vetro, una delle due aperture che delimitano la zona living, e questo involucro ospita una serie di schermate scorrevoli che consentono di far scomparire del tutto la parete vetrata. Questo appare quindi come un collegamento ininterrotto con il paesaggio, e permette che tutte le aree della casa, come anche le camere, siano percepite come una veranda aperta. La pianta si sviluppa dunque in modo lineare, con un attacco a terra netto ma altrettanto semplice, dettato solamente dalla morfologia del terreno, e in alzato è scandito da pilastri distanziati in modo regolare gli uni dagli altri, che si ramificano in prossimità della copertura, e segnano la linearità della pianta formando lo scheletro di una struttura semplice dalla estrema permeabilità. Il terreno per cui diventa protagonista del progetto, plasma la pianta, è rispettato innalzando il livello dell’attacco a terra con pilastri esili, che arrivano a sorreggere coperture dalle forme armoniche e in rapporto dialettico con la natura e il paesaggio circostante.7150690331_dff521141e

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Per cui appare chiaro che sono ricorrenti diversi elementi nel linguaggio di Murcutt, tutti enfatizzati da una natura protagonista, che trovano forse la concretizzazione più intensa proprio nella casa Simpson-Lee. Ma c’è un elemento, in tutte le opere dell’architetto che potrebbe costituire un bang. Potrebbe perchè abbiamo diversi concetti chiave, come la linearità della pianta, il pilastro esile come scheletro dall’attacco a terra all’attacco al cielo, l’ impronta della morfologia del territorio, l’involucro e la sostenibilità nei materiali; ma questi elementi si pongono tutti in una sorta di continuità con la natura, come se fossero determinati da essa, e siono così in armonia. C’è però un elemento in particolare che attrae la mia attenzione, la copertura, sempre diversa in ogni opera, ma con un unico filo conduttore, diventa l’unico elemento che in un certo senso si oppone al paesaggio: se il terreno scende, questa si alza, se il terreno è piano, la copertura è ondulata. Questa opposizione è in tutti i casi parziale, poichè il contrasto non si fa mai totale, essa collabora con la natura, ad esempio assumendo una forma che determina i flussi dell’acqua piovana, una forma che si modella e si poggia delicatamente sullo scheletro dell’edificio su pilastri ramificati. E’ studiata per variare e rendere dinamica la linearità della pianta, la regolarità del prospetto, unendo la semplicità delle forme e la sua leggerezza con la sinuosità dell’unica struttura piena,  in opposizione velata con il paesaggio, creando una forte tensione con la natura e allo stesso tempo prefiggendosi come obiettivo principale la collaborazione con essa.

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Imprinting

20160331_210920.jpg“La città più che un luogo nello spazio, è un dramma nel tempo”- Geddes

Io vivo a Tivoli. E si sa che è una ridente cittadina non lontana da Roma, che vanta un patrimonio ricchissimo di arte e storia. E’ immersa in un contesto paesaggistico dominato da forre, cascate, caverne, che si perdono in un orizzonte verde così vasto che si confonde col cielo. Nella cornice che lascia intravedere una storia travagliata tra pietra e acque, emergono i resti prestigiosi di templi e ville antiche come la Rinascimentale Villa D’Este, la maestosa Villa Adriana, o Villa Gregoriana. Sì, Villa Gregoriana, un selvaggio locus amoenus,  dall’assetto fortemente sezionale, tanto bella quanto spontanea, tanto è vivace alla vista, quanto è sereno il suo spazio. E’ uno di quei posti in cui, dopo una camminata che fa parte del percorso al suo interno, o dopo una giornata che è andata male, basta fermarsi un attimo a guardare per non sentire più nulla, nessun contrasto, se non quello intrinseco nel paesaggio, quello tra pietra, acqua e verde, che entrano in sinergia. E proprio questa sinergia s’ insinua nello spirito di chiunque si trovi lì, lasciando al ricordo di quella esperienza solo la pace, quasi come una catarsi sensoriale. E’ difficile per cui descriverla più di così, ma posso solo invitarvi ad osservarla per una giornata ( potrebbe trattarsi di un buco nero in caso contrario..)! Ma non divaghiamo: questo, nonostante costituisca l’affaccio immediato dal mio balcone, non è il mio imprinting..per me si avvicina più ad un “luogo della bellezza” piuttosto che della memoria, Mi ha fatto riflettere su come elementi contrastanti uniti sapientemente,(il parco fu creato appositamente per deviare le acque dell’inquieto fiume Aniene da Papa Gregorio XVI) ma all’ apparenza spontaneamente,  possono entrare così in empatia con chiunque vi si immerga.

Tramonti_Gregoriana_cIo vivo a Tivoli, dunque. Tivoli dei templi, delle Ville e delle bellezze storico-artistiche da sempre mete di turismo. E’ ovvio, per cui, che questa parola implica per la città tutta una serie di meccanismi che vanno oltre l’interesse del forestiero per la cultura e l’arte, una serie di meccanismi di commercializzazione, espansione e densificazione a favore di politiche a noi sconosciute, e conseguentemente di episodi di degrado e abbandono,  a sfavore della valorizzazione in sè del bene culturale. Ne è esemplare il caso di qualche anno fa, quando il Comune di Tivoli approvò una lottizzazione nell’area adiacente a Villa Adriana, che prevedeva la cementificazione di ben 120000 metri cubi; caso talmente eclatante che molti enti come WWF e ItaliaNostra si sono attivati ricorrendo al Tar e sollevando la questione unitamente ai problemi di conservazione del vecchio Patrimonio Unesco. Rimangono però molte altre questioni in sospeso, come la Rocca Pia, il castello quattrocentesco chiuso da ben 25 anni e in attesa di una definizione degli interventi di valorizzazione; il complesso del Mausoleo dei Plauzi, oggetto di un intervento di recupero  che ha sortito come unico effetto la realizzazione di un muro in cemento armato, che impedisce la piena fruizione del monumento e contribuisce al crescente degrado dell’area;  ancora, la stessa Villa Gregoriana, in abbandono per anni fino all’ interessamento del FAI; Infine il complesso delle vecchie cartiere, per molto tempo luogo simbolico per la città e oggi abbandonato all’oblio e alla distruzione. E’ dunque comprensibile quale sia oggi lo scenario tiburtino, e i costanti episodi di abbandono e degrado di beni della comunità. Ma io ancora apprezzo una zona, c’è ancora una porzione di città rimasta inalterata in una cornice di questo tipo, una parte di città, Tivoli “vecchia”, che io frequentavo avendo lì la mia scuola..questa zona ha mantenuto pressochè intatta la sua dimensione originaria, una dimensione popolare, di paese, una serie di vicoli e cunicoli che sfociano in vicoli ciechi con delle minuscole corti tra un palazzo e l’altro.

44677619Trovandosi lì si immaginano immediatamente signore che parlano attraverso il balcone con la nonna che sta stendendo i panni, mentre nella finestra images.jpgaccanto qualcuno vede la tv a volume alto; si sente l’odore del sugo all’ ora di pranzo e l’odore dei fiori che ogni tanto spuntano tra un mattone di tufo e l’altro; proprio lì, davan
ti la “casina gotica” . Sono questi gli ambienti che nella mia città mi hanno sempre fatto sorridere, e allo stesso tempo affascinato, perchè da casa mia , poco più in alto, si può vedere come da una parte ci siano imponenti costruzioni e orride palazzine, e dall’altra terrazze sopra terrazze, agganciate ad altri palazzi con altre terrazze..tutto in miniatura. Si percepisce la forte componente sezionale, animata da piccoli slarghi, accanto a imponenti paesaggi naturali e regali dall’antichità, come il Tempio della Sibilla, ed a simboli di un passato anche più vicino a noi come le vecchie cartiere.

E’ proprio qui, nella zona delle cartiere che si posiziona uno dei luoghi della memoria, inserito appieno nella cornice appena descritta. Si accede a quest’area attraversando i vari vicoli intorno alla mia vecchia scuola, o salendo da una strada che arriva a Tivoli da Villa Adriana , che passa davanti il Tempio di Ercole ( ovviamente chiuso al pubblico anche quest’ultimo ad eccezione di rari eventi ) e segna l’ingresso a Tivoli con un antico arco. In quella strada abita una mia cara amica, con cui dopo la scuola spesso passavo i miei pomeriggi. C’era un parchetto piccolo piccolo, oggi purtroppo è un parcheggio, in cui abbiamo sperimentato giochi, nascondini e così via;  e da questo si accedeva poi ad un vicolo che porta in una zona delle vecchie Cartiere,  all ’epoca non erano più strutture con una funzione, ma quella zona fu “sistemata” con una piccola galleria, luci e nuove pavimentazioni. Appena scesi dal vicolo si avverte subito un contrasto molto forte: da un lato, la città è schermata da questi grandi edifici vuoti con finestre ed aperture ampie, con la vecchia struttura della cartiera e con elementi di ferro che fungevano da partizioni delle finestre o che si intravedevano all’interno.                                                                                Dall’altro lato, c’era e c’è l’ affaccio su un enorme pendio di verde e una distesa di alberi, in lontananza colline e montagne sconfinate. Faceva venir voglia di arrampicarsi su uno di quei palazzoni e vedere com’era la vista da lassù: in alcuni punti ci si riusciva, ed erano dei punti fondamentali, perchè senza accorgercene eravamo coinvolte in un’architettura inconsapevole, si capitava su piccoli ponticelli animati dal verde incolto tra un edificio e l’altro, o ci si ritrovava su piccoli terrazzini verdi che si agganciavano ai due blocchi delle cartiere, questi regalavano alla vista un meraviglioso paesaggio.

 

 

C’è da dire che quando si è piccoli lo spazio si percepisce in modo filtrato, si percepisce solamente quello che si vive in quel momento senza avvertire fino in fondo connessioni e distanze, e infatti solo dopo un pò di tempo, ho capito che si poteva accedere a quelle situazioni, con il verde “in faccia” , anche da Tivoli vecchia, perchè alcuni dei vicoli in discesa, a un certo punto portano lì. Alla fine di una stradina stretta, abbassandosi per schivare il verde incolto nei lati, si arriva a vedere quella distesa verde. Risultato che si ottiene o passando per quel piccolo vicolo che termina con vecchi muretti in pietra, o scendendo scalette che confluiscono dopo vari ostacoli nei terrazzini delle cartiere. Era un’area dunque un pò isolata, appartata, e particolarissima secondo me, fuori da ogni tipo di categoria, che può essere apprezzata o disprezzata allo stesso modo, a seconda dei punti di vista; magari per molti non desta nessun interesse essendo slegata dalla città, vuota e senza funzioni o magari qualcuno intravede le stesse qualità su cui ho riflettuto..

Pensando ad un imprinting, è stato quindi complicato tirar fuori da quello scenario l’elemento principale che mi attrae da sempre e che ritorna e si negozia nel pensiero progettuale, ma io credo che il solo ricordo di un’architettura vasta dai grandi spazi come quella di una cartiera, industriale, ma allo stesso tempo semplice e con piccoli ambienti incastonati, unita ad una componente naturale altrettanto vasta,  in una cornice come quella di Tivoli, mi abbia dato una forte impronta, e continui ad influenzare la mia idea di “bellezza”, i miei schemi progettuali e la valutazione degli ambienti che stimolano il mio interesse. E’ proprio questo tipo di spazio che mi piacerebbe far insinuare nel progetto, uno spazio che tenda a creare la percezione di “ampiezza”, di grandi spazi aperti e liberi per la condivisione, animati da una forte componente naturalistica dalla quale l’uomo per natura è attratto. Spazi vasti, ma articolati tentando di riprodurre quella dimensione semplice e di paese, in modo tale che si creino degli ambienti più piccoli, connessi, intimi e studiati in sezione in modo che alcuni siano a stretto contatto gli uni con gli altri, mentre altri più privati; unendo tutto con l’attenzione posta nel concetto del vicolo.

Purtroppo con il passare del tempo la zona è stata velocemente abbandonata, lasciando al degrado e al disuso tutti quegli spazi, tanto che ci fu anni fa scalpore per un crollo importante. Ovviamente della mia vita da bambina non ho ricordi chiarissimi, ma da un certo punto in poi non ho più frequentato la zona, per evitare di inoltrarmi in parti sempre più desolate e buie, seppur belle secondo me. A distanza di molto tempo sono poi ritornata, ed ho avvertito subito quella sensazione che arriva quando si pensa ad un “luogo della memoria”, quella di un luogo a te inspiegabilmente legato, che alla vista stimola interesse, memoria, stupore , e che in qualche modo, dopo qualche esperienza, si percepisce in modo un pò diverso, ma sempre positivo, si sente già come un luogo un pò “negoziato”.

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